martedì 22 aprile 2008

3.Teorie della comunicazione e quotidianità: strumento o intralcio?

Il concetto di teoria rimanda di per sé a qualcosa di astratto, e sovente si dimentica che le teorie non sono altro che un paradigma di lettura della realtà, che ne rappresenta il banco di prova. Quando si afferma che ‘la teoria è una cosa, ma la realtà è un’altra’, vuol dire che stiamo parlando di una teoria sbagliata, oppure di una realtà che non sappiamo riconoscere ancora in tutti i suoi aspetti.
Riconoscere come ‘vere’ o ‘false’ le teorie delle scienze esatte è certamente più agevole che farlo con teorie che spiegano processi sociali o psicologici nei quali interagiscono una molteplicità di variabili difficili da isolare e da tenere sotto controllo; ciò tuttavia non significa che le seconde siano meno utili o meno ‘vere’ delle prime. Basta infatti uno sguardo al secolo scorso per scoprire che, nonostante la loro ‘oggettivabilità’, anche le teorie che definiscono leggi fisiche o chimiche vengono continuamente sottoposte a revisioni critiche e ad aggiornamenti, così come è accaduto, insieme alle teorie sull’inconscio di Freud, anche alle scienze matematiche, facendo crollare il mito di una possibile ‘verità assoluta’ delle ‘scienze esatte’.
Le teorie perciò non sono eterne, ma esse semplicemente dichiarano alla comunità scientifica che, ‘relativamente a questa disciplina, qui ed ora siamo arrivati fin qui’ e, parafrasando Popper, è possibile affermare che la forza di una teoria sta proprio nella sua superabilità .
L’evoluzione di una teoria non significa che la sua formulazione precedente fosse sbagliata, ma rappresenta un processo di crescita delle conoscenze, applicando le quali all’interno di una contesto culturalmente connotato, si realizza ciò che l’umanità definisce ‘progresso’, in un gioco di specchi nel quale il mondo reale e la scoperta delle leggi che lo governano si rimandano reciprocamente all’infinito.
Qual’è allora l’apporto concreto che le teorie sulla comunicazione possono dare a chi quotidianamente gestisce, a livelli diversi, queste funzioni all’interno delle Pubbliche Amministrazioni? O che danno a chi, semplicemente, impiega la comunicazione più o meno consapevolmente come ‘strumento di lavoro’ nelle ASL, nelle Università o nelle Scuole, e negli altri contesti in cui la qualità della comunicazione, oltre ad incidere sulla qualità del servizio, della prestazione erogata e sull’immagine dell’Azienda, determina anche, ed in modo rilevante, la qualità del prodotto che il servizio fornisce?
Rivedere, di tanto in tanto, relativamente agli aspetti che riguardano più da vicino il proprio lavoro, quanto siano adeguati i propri modelli di riferimento, è un’operazione particolarmente utile, che nelle organizzazioni è assolta per lo più dalla formazione continua, dalla supervisione o dalla consulenza.
E’ nell’esperienza di chiunque sia già passato, da qualche anno, dal mondo della scuola a quello del lavoro, che non è possibile comportarsi sempre nel pieno rispetto delle conoscenze acquisite per mille problemi e difficoltà o perché, più semplicemente, è accaduto che, di giorno in giorno, gli aspetti contingenti e gli stili di comportamento personali e di gruppo hanno ‘costruito’ soluzioni e risposte non sempre razionali ed efficaci, che hanno finito col prevalere.
Sovente, il disinteresse o il rifiuto di rivedere criticamente questi aspetti, mascherato dalla necessità di ‘lavorare e darsi da fare senza perdere tempo facendo della filosofia’, denuncia in realtà la paura di cambiamenti che si teme di non essere in grado di gestire.
Aggiornare le proprie modalità comunicative ed il proprio stile relazionale è uno strumento ‘soft’ con il quale è possibile risolvere problemi apparentemente insolubili nella propria vita privata e nel proprio lavoro… perché non provare?

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