Il concetto di teoria rimanda di per sé a qualcosa di astratto, e sovente si dimentica che le teorie non sono altro che un paradigma di lettura della realtà, che ne rappresenta il banco di prova. Quando si afferma che ‘la teoria è una cosa, ma la realtà è un’altra’, vuol dire che stiamo parlando di una teoria sbagliata, oppure di una realtà che non sappiamo riconoscere ancora in tutti i suoi aspetti.
Riconoscere come ‘vere’ o ‘false’ le teorie delle scienze esatte è certamente più agevole che farlo con teorie che spiegano processi sociali o psicologici nei quali interagiscono una molteplicità di variabili difficili da isolare e da tenere sotto controllo; ciò tuttavia non significa che le seconde siano meno utili o meno ‘vere’ delle prime. Basta infatti uno sguardo al secolo scorso per scoprire che, nonostante la loro ‘oggettivabilità’, anche le teorie che definiscono leggi fisiche o chimiche vengono continuamente sottoposte a revisioni critiche e ad aggiornamenti, così come è accaduto, insieme alle teorie sull’inconscio di Freud, anche alle scienze matematiche, facendo crollare il mito di una possibile ‘verità assoluta’ delle ‘scienze esatte’.
Le teorie perciò non sono eterne, ma esse semplicemente dichiarano alla comunità scientifica che, ‘relativamente a questa disciplina, qui ed ora siamo arrivati fin qui’ e, parafrasando Popper, è possibile affermare che la forza di una teoria sta proprio nella sua superabilità .
L’evoluzione di una teoria non significa che la sua formulazione precedente fosse sbagliata, ma rappresenta un processo di crescita delle conoscenze, applicando le quali all’interno di una contesto culturalmente connotato, si realizza ciò che l’umanità definisce ‘progresso’, in un gioco di specchi nel quale il mondo reale e la scoperta delle leggi che lo governano si rimandano reciprocamente all’infinito.
Qual’è allora l’apporto concreto che le teorie sulla comunicazione possono dare a chi quotidianamente gestisce, a livelli diversi, queste funzioni all’interno delle Pubbliche Amministrazioni? O che danno a chi, semplicemente, impiega la comunicazione più o meno consapevolmente come ‘strumento di lavoro’ nelle ASL, nelle Università o nelle Scuole, e negli altri contesti in cui la qualità della comunicazione, oltre ad incidere sulla qualità del servizio, della prestazione erogata e sull’immagine dell’Azienda, determina anche, ed in modo rilevante, la qualità del prodotto che il servizio fornisce?
Rivedere, di tanto in tanto, relativamente agli aspetti che riguardano più da vicino il proprio lavoro, quanto siano adeguati i propri modelli di riferimento, è un’operazione particolarmente utile, che nelle organizzazioni è assolta per lo più dalla formazione continua, dalla supervisione o dalla consulenza.
E’ nell’esperienza di chiunque sia già passato, da qualche anno, dal mondo della scuola a quello del lavoro, che non è possibile comportarsi sempre nel pieno rispetto delle conoscenze acquisite per mille problemi e difficoltà o perché, più semplicemente, è accaduto che, di giorno in giorno, gli aspetti contingenti e gli stili di comportamento personali e di gruppo hanno ‘costruito’ soluzioni e risposte non sempre razionali ed efficaci, che hanno finito col prevalere.
Sovente, il disinteresse o il rifiuto di rivedere criticamente questi aspetti, mascherato dalla necessità di ‘lavorare e darsi da fare senza perdere tempo facendo della filosofia’, denuncia in realtà la paura di cambiamenti che si teme di non essere in grado di gestire.
Aggiornare le proprie modalità comunicative ed il proprio stile relazionale è uno strumento ‘soft’ con il quale è possibile risolvere problemi apparentemente insolubili nella propria vita privata e nel proprio lavoro… perché non provare?
martedì 22 aprile 2008
giovedì 17 aprile 2008
2. Tecnologia e comunicazione
Affermare che la tecnologia ha assunto un ruolo egemone nel nord del pianeta è talmente evidente da apparire banale; la stessa qualità della comunicazione dipende in larga misura dall’appropriatezza e dall’efficacia degli strumenti tecnologici che la supportano e dalla chiarezza dei codici utilizzati, ponendo in secondo piano, o negando del tutto, l’importanza della dimensione relazionale ed emozionale.
Eppure, è di questi giorni una notizia che fa riflettere:
L’Unione Europea ha finanziato un progetto di ricerca che ha lo scopo di realizzare il primo robot con una personalità simile a quella umana. Al progetto Lirec, coordinato dalla University of London, collaborano studiosi di sette università europee, e come spiega il prof. Peter McOwan che lo coordina, lo scopo del progetto è quello di ‘creare relazioni interattive a lungo termine fra robot ed esseri umani, per fare in modo che gli esseri umani sentano il desiderio di avere rapporti con lui’.
Un altro studioso del gruppo, il prof. Kaspar, ha già realizzato un robot-bambino, in grado di assumere le stesse espressioni del viso di un bambino umano.
Certo, anche queste realizzazioni sono frutto di tecnologia, ma di una tecnologia che cerca di mascherare se stessa, assumendo sembianze umane, per poter dare almeno l’illusione di una relazione reale, senza la quale viene meno il primo, indispensabile presupposto di ogni comunicazione autentica ed efficace: quello di avere il desiderio di comunicare, anche quando si tratta di farlo semplicemente con una macchina.
Evidentemente, il bisogno dell’uomo di riconoscersi anche solo illusoriamente negli altri soggetti con i quali entra in relazione è più forte delle risposte che la più raffinata tecnologia può fornirci. Gli ‘altri’ sono il nostro specchio, il luogo delle nostre conferme e delle nostre disconferme, e non c‘è alcun ambito della nostra vita nel quale questa dimensione possa essere davvero annullata, senza annullare anche un pochino noi stessi.
… Una delle raccomandazioni di Platone ai suoi discepoli era quella di ‘non affidare allo scritto le cose che più stanno a cuore’, ritenendo la scrittura, allora unica ‘tecnologia’ al servizio della comunicazione, uno strumento troppo povero sul piano relazionale.
Cosa direbbe mai oggi, di una comunicazione sempre più affidata ai media, alle mail, o… a un blog come questo?
Eppure, è di questi giorni una notizia che fa riflettere:
L’Unione Europea ha finanziato un progetto di ricerca che ha lo scopo di realizzare il primo robot con una personalità simile a quella umana. Al progetto Lirec, coordinato dalla University of London, collaborano studiosi di sette università europee, e come spiega il prof. Peter McOwan che lo coordina, lo scopo del progetto è quello di ‘creare relazioni interattive a lungo termine fra robot ed esseri umani, per fare in modo che gli esseri umani sentano il desiderio di avere rapporti con lui’.
Un altro studioso del gruppo, il prof. Kaspar, ha già realizzato un robot-bambino, in grado di assumere le stesse espressioni del viso di un bambino umano.
Certo, anche queste realizzazioni sono frutto di tecnologia, ma di una tecnologia che cerca di mascherare se stessa, assumendo sembianze umane, per poter dare almeno l’illusione di una relazione reale, senza la quale viene meno il primo, indispensabile presupposto di ogni comunicazione autentica ed efficace: quello di avere il desiderio di comunicare, anche quando si tratta di farlo semplicemente con una macchina.
Evidentemente, il bisogno dell’uomo di riconoscersi anche solo illusoriamente negli altri soggetti con i quali entra in relazione è più forte delle risposte che la più raffinata tecnologia può fornirci. Gli ‘altri’ sono il nostro specchio, il luogo delle nostre conferme e delle nostre disconferme, e non c‘è alcun ambito della nostra vita nel quale questa dimensione possa essere davvero annullata, senza annullare anche un pochino noi stessi.
… Una delle raccomandazioni di Platone ai suoi discepoli era quella di ‘non affidare allo scritto le cose che più stanno a cuore’, ritenendo la scrittura, allora unica ‘tecnologia’ al servizio della comunicazione, uno strumento troppo povero sul piano relazionale.
Cosa direbbe mai oggi, di una comunicazione sempre più affidata ai media, alle mail, o… a un blog come questo?
venerdì 11 aprile 2008
1. Nel mare della comunicazione
In quanti modi possiamo comunicare? Quando è utile farlo? Con chi? E poi… è possibile non comunicare? Basta riflettere qualche minuto sulle risposte che potremmo dare a queste domande, cercandole nella nostra personale esperienza e nella realtà che osserviamo, per comprendere quanto spazio occupa la comunicazione nella nostra vita, e per scoprire che la vita stessa, in tutte le sue forme, è comunicazione.
Eppure, il nostro rapporto con la comunicazione appare in un precario equilibrio; molte volte ce ne sentiamo sommersi, disturbati, invasi: messaggi superficiali, indesiderati ed invadenti in forma di spam, di pubblicità, di stereotipi e luoghi comuni che intasano la nostra posta ed appesantiscono la nostra vita familiare e lavorativa, fino a sentircene sommersi… e molte altre volte ne sentiamo la mancanza, ci sentiamo soli o avvertiamo il bisogno di una comunicazione più autentica che sembra impossibile da realizzare. E ci sono momenti della nostra vita, situazioni lavorative o problemi da affrontare in cui questa mancanza è avvertita in modo particolarmente sofferto, e nei quali comunicazioni carenti o disfunzionali possono complicare ulteriormente le cose fino ad arrestare il nostro cammino, come accade ad uno scafo bloccato fra gli scogli dalla bassa marea.
Non è sempre facile navigare nel mare della comunicazione... a volte sembra che sia sufficiente lasciarsi portare dalle correnti e dal vento, ed a volte può accadere di dover tenere saldamente il timone fra le nostre mani per mantenere la rotta che abbiamo scelto.
Eppure, il nostro rapporto con la comunicazione appare in un precario equilibrio; molte volte ce ne sentiamo sommersi, disturbati, invasi: messaggi superficiali, indesiderati ed invadenti in forma di spam, di pubblicità, di stereotipi e luoghi comuni che intasano la nostra posta ed appesantiscono la nostra vita familiare e lavorativa, fino a sentircene sommersi… e molte altre volte ne sentiamo la mancanza, ci sentiamo soli o avvertiamo il bisogno di una comunicazione più autentica che sembra impossibile da realizzare. E ci sono momenti della nostra vita, situazioni lavorative o problemi da affrontare in cui questa mancanza è avvertita in modo particolarmente sofferto, e nei quali comunicazioni carenti o disfunzionali possono complicare ulteriormente le cose fino ad arrestare il nostro cammino, come accade ad uno scafo bloccato fra gli scogli dalla bassa marea.
Non è sempre facile navigare nel mare della comunicazione... a volte sembra che sia sufficiente lasciarsi portare dalle correnti e dal vento, ed a volte può accadere di dover tenere saldamente il timone fra le nostre mani per mantenere la rotta che abbiamo scelto.
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