Affermare che la tecnologia ha assunto un ruolo egemone nel nord del pianeta è talmente evidente da apparire banale; la stessa qualità della comunicazione dipende in larga misura dall’appropriatezza e dall’efficacia degli strumenti tecnologici che la supportano e dalla chiarezza dei codici utilizzati, ponendo in secondo piano, o negando del tutto, l’importanza della dimensione relazionale ed emozionale.
Eppure, è di questi giorni una notizia che fa riflettere:
L’Unione Europea ha finanziato un progetto di ricerca che ha lo scopo di realizzare il primo robot con una personalità simile a quella umana. Al progetto Lirec, coordinato dalla University of London, collaborano studiosi di sette università europee, e come spiega il prof. Peter McOwan che lo coordina, lo scopo del progetto è quello di ‘creare relazioni interattive a lungo termine fra robot ed esseri umani, per fare in modo che gli esseri umani sentano il desiderio di avere rapporti con lui’.
Un altro studioso del gruppo, il prof. Kaspar, ha già realizzato un robot-bambino, in grado di assumere le stesse espressioni del viso di un bambino umano.
Certo, anche queste realizzazioni sono frutto di tecnologia, ma di una tecnologia che cerca di mascherare se stessa, assumendo sembianze umane, per poter dare almeno l’illusione di una relazione reale, senza la quale viene meno il primo, indispensabile presupposto di ogni comunicazione autentica ed efficace: quello di avere il desiderio di comunicare, anche quando si tratta di farlo semplicemente con una macchina.
Evidentemente, il bisogno dell’uomo di riconoscersi anche solo illusoriamente negli altri soggetti con i quali entra in relazione è più forte delle risposte che la più raffinata tecnologia può fornirci. Gli ‘altri’ sono il nostro specchio, il luogo delle nostre conferme e delle nostre disconferme, e non c‘è alcun ambito della nostra vita nel quale questa dimensione possa essere davvero annullata, senza annullare anche un pochino noi stessi.
… Una delle raccomandazioni di Platone ai suoi discepoli era quella di ‘non affidare allo scritto le cose che più stanno a cuore’, ritenendo la scrittura, allora unica ‘tecnologia’ al servizio della comunicazione, uno strumento troppo povero sul piano relazionale.
Cosa direbbe mai oggi, di una comunicazione sempre più affidata ai media, alle mail, o… a un blog come questo?
giovedì 17 aprile 2008
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