E‘ tempo di vacanze, di viaggi, di incontri. Chi di noi non ha mai avvertito il disagio, misto ad una punta di sofferenza, per l’incapacità di scambiare impressioni ed emozioni con persone incontrate in altri paesi o con qualche occasionale compagno di viaggio? Vorremmo poter dire tante cose, cogliamo il feeling giusto per qualche scambio interessante, ma dobbiamo accontentarci di un sorriso o di una stretta di mano perché non riusciamo a superare la barriera di una lingua diversa.
Una volta, incontrando in un campeggio in Grecia un gruppo di ragazzi tedeschi, scoprimmo che l’unica lingua conosciuta in comune era il latino, e ce la cavammo così, in modo anche divertente, mentre in un recente viaggio in Islanda ho avuto penosamente modo di rendermi conto che l’inglese che conosco io ha molto poco in comune con quello parlato dagli islandesi. Per le cose essenziali si risolve con qualche frase standard e con qualche gesto, ma un conto è riuscire a trovare una piazza o un museo, altro è farsi una bella chiacchierata per il piacere di farla.
Sembra comunque che per noi umani comunicare sia molto più complicato che per gli animali, e se all’interno della stessa cultura la gestualità e l’espressione del viso possono aiutarci, quando ci troviamo con persone di culture diverse anche la gestualità può esserci relativamente di aiuto, in quanto ciò che per noi rappresenta un segno di cordialità, dall’altro può anche essere interpretato come un gesto invadente o poco rispettoso.
Tuttavia anche noi siamo in grado di comprendere in modo inequivocabile, al di là delle differenze culturali, di razza e geografiche, alcuni messaggi, riconoscibili dall’espressione del viso, che riguardano emozioni particolarmente intense, di paura o di dolore, di rabbia o di disgusto, di tristezza, di felicità, di sorpresa.
Queste emozioni, che l’antropologo P. Ekman considera ‘emozioni di base’, sono riconoscibili da tutti noi da un capo all’altro del pianeta, nell’incontro con persone straniere o attraverso le immagini rimandate dai telegiornali o da internet, perché sono espresse in modo riflesso ed incoercibile in situazioni vissute con particolare intensità; la loro espressione è infatti determinata da meccanismi biologici innati, già presenti alla nascita e perciò non connotati culturalmente; espressioni non dissimulabili o manipolabili volontariamente in quanto funzioni dell’archicorteccia, e perciò non soggette al filtro cognitivo ed all’elaborazione del pensiero propri della neocorteccia, che costituisce la struttura del cervello formatasi nelle fasi più recenti del processo evolutivo e che è presente solo nella specie umana ed in parte nei mammiferi superiori.
Quindi, ciò che ci consente di comprendere e farci comprendere in modo diretto ed autentico, almeno negli stati emotivi particolarmente sentiti, non è la parte più evoluta del nostro pensiero, bensì quella struttura più arcaica del nostro cervello che abbiamo in comune con le specie animali.
domenica 20 luglio 2008
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